Le emozioni arrivano, non si scelgono
Ognuno di noi, nella propria vita, è entrato in contatto con la perdita. La perdita di una persona cara, la fine di un lavoro, di una relazione, di un’amicizia.
Una perdita significativa che va ad incidere non solo sul proseguimento della nostra quotidianità, ma anche sul senso della nostra identità, sul nostro “essere”, perché quando perdiamo qualcuno vengono a mancare tutti quei momenti, le esperienze, gli scambi vissuti insieme, ciò che eravamo noi con e per quella persona.
Ed inizia un dolore talmente tanto devastante da rimanerne sopraffatti al punto che qualcuno ci annega e vi sosta più o meno a lungo. Qualcun altro, invece, ne prende le distanze, lo scansa, lo nega, rifugiandosi in una gabbia protettiva ingannevole. Viene da chiederci “Perché proprio a me?”, “Perché proprio ora?”, “Perché proprio lui?”. Sinceramente non so rispondere. Ok, conosco la teoria. Potrei iniziare uno spiegone sulle varie fasi dell’elaborazione del lutto. Potrei incoraggiare dicendo che il dolore non trafiggerà per sempre e che il tempo guarirà tutte le ferite. Ma non ne ho la certezza. E a cosa servirebbe? A rassegnarsi? Alcune ferite guariranno completamente. Altre resteranno. Ma faranno visita con un po’ meno frequenza, con un po’ meno devastazione.
Ciò che penso può essere d’aiuto (e per me lo è stato), è chiedersi: “Come posso prendermi cura di me in questo lutto?”.
Perché non possiamo scegliere cosa provare, possiamo scegliere cosa fare con ciò che proviamo. Possiamo scegliere di esplorare la perdita con il coraggio, cioè con la consapevolezza che possiamo fare qualcosa con la sofferenza che ci portiamo dentro. Darci la possibilità di esprimere le nostre emozioni, permettendoci di restare vicino al nostro dolore e quindi a noi stessi e alla nostra perdita, ci permetterà di accoglierlo e accettarlo, cioè di entrare in contatto con il dolore del lutto, smettendo di giudicare le emozioni che stiamo provando e quindi di giudicare noi stessi, perché così facendo ci feriamo ancora di più: provare stanchezza diventa un senso di colpa, avere paura una condanna, la leggerezza ci sembra frivola. Rimaniamo ingabbiati nella prigione del nostro giudice interiore.
Permettiamoci di legittimare il dolore che proviamo perché siamo umani!
Personalmente la Mindfulness mi ha dato un grandissimo aiuto, soprattutto in questo momento che ho da poco perso mio nonno. Insegnandomi ad incontrare e vivere il momento presente, mi ha permesso di capire che la perdita è composta da due dimensioni: da un lato, l’evento in sé, su cui non si ha nessun controllo e nessun potere; dall’altro, il modo di relazionarsi con questo evento e con i pensieri e le emozioni che il dolore porta con sé.
Questa consapevolezza si può allenare con la pratica della meditazione per imparare ad accogliere, ad accettare e a smettere di lottare contro le nostre emozioni e contro noi stessi, facendo amicizia con il senso di impotenza e smarrimento, lasciandolo entrare prima di lasciarlo andare.
Counsellor e Istruttore Mindfulness