Educare, voce del verbo ascoltare…
Ph: By Magda Kappa Images
L’ascolto: la prima e più potente forma di educazione
Sempre più genitori si chiedono quale sia il modo migliore per educare i loro figli, ci troviamo in un periodo storico di transizione, una fase nuova dove l’adulto prova a mettersi in discussione davanti ai propri figli e dove i figli, a loro volta, mettono in discussione l’adulto. Come genitori ci sentiamo, talvolta, inadeguati e ci poniamo molti interrogativi al fine di migliorare il rapporto con i nostri figli, alla ricerca di una serenità o quantomeno di un equilibrio famigliare difficile da trovare.
La maggior parte delle volte che ci interroghiamo cerchiamo risposte all’esterno: tentiamo di rispolverare ciò che i nostri genitori facevano con noi, compriamo manuali, gongoliamo in giro sul web o chiediamo pareri a professionisti. Quello che non facciamo quasi mai è osservare noi stessi e i nostri figli, ascoltarci e ascoltare i segnali, i sentimenti e i bisogni in gioco, tanto i nostri, quanto quelli dei nostri bambini e/o ragazzi.
Siamo abituati ad agire d’impulso, il mondo scorre veloce mentre gli esseri umani avrebbero bisogno di tempi più lenti, spazi fisici e mentali per riflettere, fare chiarezza, esprimersi e dialogare con se stessi ed altri esseri umani, in primis all’interno della nostra famiglia.
La società occidentale nella quale viviamo è propensa a considerare l’azione la prima e principale risposta agli stimoli che provengono dall’ambiente che ci circonda, mentre respirare profondamente e accogliere ciò che arriva per ascoltarsi e ascoltare occupa tempo, ma quel piccolo tempo in più può rivelarsi prezioso e permetterci di agire più consapevolmente e con maggior efficacia in quasi tutte le situazioni.
Spesso con i figli interveniamo troppo presto con risposte e comportamenti automatici basati principalmente sul principio di attacco-fuga, senza interrogarci abbastanza su cosa scateni le azioni dei nostri bambini/ragazzi e, di conseguenza, le nostre reazioni in un circolo continuo che può diventare vizioso anziché virtuoso.
Cercare risposte dentro di sè:
Le situazioni concrete, in cui è indispensabile agire con una risposta pronta ed immediata, se ci pensiamo, sono davvero esigue; la prima osservazione che potremmo mettere in atto per il ben-essere nostro e dei nostri figli è comprendere se ciò che sta accadendo in quel momento può davvero mettere in pericolo i nostri bambini o qualcun altro. Se così non è, può sempre valere la pena di prenderci un momento per fare auto empatia (a noi stessi) ed empatia (ai nostri figli). Potremmo cominciare col cercare qualche risposta dentro di noi e col chiederci: – <<come mi sento? – quali emozioni sto provando? – di cosa ho bisogno ora?>>
Tento di spiegarmi meglio con una situazione concreta che può essere capitata a tutti noi almeno una volta: ipotizziamo che il nostro bambino sui 2-3 anni alzi la voce e pianga sdraiato sul pavimento del supermercato dimenandosi senza un’apparente motivo: la prima cosa che potremmo chiederci, prima di cominciare, anche noi, ad alzare la voce e ad agitarci fisicamente, potrebbe essere: <<quello che sta facendo mio figlio lo mette in pericolo? – qualcun altro è potenzialmente in pericolo? – mio figlio sta arrecando un disturbo reale/oggettivo agli altri?>>.
Esempi pratici:
Se per esempio il bimbo fosse appoggiato o molto vicino ad uno scaffale pieno di cristalli potremmo semplicemente spostarlo delicatamente in un luogo più sicuro e lo stesso potremmo fare spostandolo, sempre con dolcezza, dalla coda alla cassa ad un luogo più appartato. Una volta messo il bambino in stato di sicurezza, potremmo cogliere l’opportunità di prenderci qualche secondo (poco male se fosse anche qualche minuto) per chiederci: <<come mi sento? – cosa provo? – di cosa ho bisogno?>>.
Tra le tante risposte possibili, se penso a me stessa, sarebbe possibile che io mi senta a disagio per il giudizio altrui, frustrata per la difficoltà di compiere azioni banali quali fare la spesa, stanca perché ne vengo da una densa giornata di lavoro, ansiosa perché è quasi l’ora di cena e non ho niente di pronto… Potrei avere bisogno di rassicurazione, di riposo, di aiuto, di sostegno… La cosa più magica dell’ascolto di sé (l’auto empatia) è che già solo dopo aver consapevolizzato ed espresso a se stessi il proprio sentire si sperimenta un miglioramento tangibile sul proprio stato emotivo anche senza aver minimamente accarezzato una soluzione possibile per soddisfare i propri bisogni… Una volta fatta un po’ di sana auto empatia, potremmo essere pronti a porci in un atteggiamento di empatia verso il figlio, potremmo accucciarci e metterci alla sua altezza, fare un tentativo di avvicinamento fisico con una carezza e vedere l’effetto che fa, provare a chiedergli lo sguardo e l’ascolto e porgli la domanda: <<come stai? come ti senti?>>.
Non dimentichiamo che un bambino “in crisi” è confuso, potremmo provare ad “indovinare” le sue emozioni suggerendo uno o più stati d’animo. È possibile che il bimbo risponda con una richiesta specifica tipo <<voglio un regalo! – voglio il chupa chupa!>>… Prima di imporci con un categorico no o cedere con un rassegnato sì, si potrebbe tentare qualche altro quesito, in primis: <<Perché?>> e, magari, dopo: <<Hai fame? – Sei stanco? – Sei triste? – Sei arrabbiato? – Ti annoi? – Hai bisogno di coccole? Hai bisogno di giocare? Hai bisogno di riposo?>>
Se siamo riusciti a stabilire un minimo di connessione e di interesse è facile che il bimbo risponda alle nostre domande ed, insieme, potremmo trovare strategie per soddisfare i bisogni di entrambi e stemperare la tensione creata… Magari un abbraccio, forse passare insieme gli articoli nel carrello alla cassa o accordarci per un gioco da fare a casa, magari mentre prepariamo la cena, piuttosto che fare un aperitivo a casa con qualcosa che abbiamo acquistato o con i meravigliosi pomodorini della zia Agata… Altri bimbi sono più fisici e, ad un dialogo così serrato, potrebbero preferire del semplice contatto fisico, magari un massaggio od un piccolo esercizio di respirazione guidata per abbassare l’ansia.
Ogni bambino è diverso, ognuno di noi lo è: non ci sono risposte univoche, ma l’ascolto (di sé e dell’altro) predispone ad un atteggiamento fisico e mentale più propositivo che aumenta la possibilità di trovare strategie funzionali ad ogni situazione e ad ogni contesto.
Possibili obiezioni
Qualcuno potrebbe porre la ragionevole obiezione: <<perché non una bella sgridata e basta? In virtù del fatto che l’adulto sa come si fa e il figlio dovrebbe rispettare la sua indiscussa autorevolezza?>> Mi sento di rispondere no per una serie di motivi che rendono questa risposta inefficace la maggior parte delle volte:
- la frequenza della reazione è la stessa dell’azione, ovvero rispondiamo ad urla con altre urla, con pochissime probabilità di calmare nostro figlio;
- è una risposta d’impulso che non ci aiuta a fare consapevolezza su cosa e perché lo stiamo provando e che potrebbe condurci a sentirci ancora più frustrati:
- nostro figlio, a sua volta, non si sentirà accolto nei suoi bisogni (probabilmente confusi anche per lui stesso oltre che per noi), si alzerà il suo grado di confusione e il suo vissuto di ingiustizia spingendolo a continuare nel suo comportamento a noi apparentemente irrazionale ed ingiustificato;
- anche qualora la strategia funzionasse la risposta del bambino sarebbe dettata dalla paura e, quindi, non efficace nel lungo termine perché non facilita la gestione emotiva, bensì scatena una nuova emozione forte che non può venire accolta ed elaborata in quanto il bimbo è già sopraffatto da altre emozioni:
- e non ultimo per importanza: strattonando il nostro bambino (perché è bene ammetterlo, a risposta verbale impulsiva il corpo risponde allo stesso modo) potrei fargli male.
Altra obiezione possibile: <<perché non punirlo? – O promettergli una giusta e meritata punizione a casa?>>
Mi sento di nuovo di rispondere no per altri motivi:
- le punizioni agiscono sull’autostima e sul senso di colpa del bambino aumentando il suo senso di inadeguatezza rispetto alla situazione e diminuendo, a lungo termine, la fiducia in sé stesso e nei genitori. In poche parole il bambino risponde in maniera efficace ad una punizione per paura che il genitore non lo accetti così com’è o non gli voglia più bene o bene abbastanza.
- la punizione non aiuta in nessun modo a facilitare una gestione emotiva funzionale da parte del bambino, mentre un bambino accompagnato dall’adulto a riconoscere le sue emozioni, può imparare a diventare responsabile e a comprendere le conseguenze pratiche ed emotive delle proprie azioni.
Ultima obiezione( forse): <<perché non cedere e compragli quel dannato chupa chupa? o quello stramaledetto giocattolo?>>
La mia risposta è piuttosto speculare rispetto alla precedente:
- le ricompense funzionano nello stesso esatto modo delle punizioni e, forse, in maniera ancora più perversa: il bambino potrebbe pensare che il suo comportamento ha funzionato e, quindi, reiterarlo in altre occasioni e sempre più spesso;
- il bambino impara a misurare il suo valore in virtù delle ricompense che ottiene, se un giorno non ne ottiene più potrebbe pensare che, forse, non le merita più e potrebbe essere indotto a dedurre che mamma e papà non gli vogliono bene abbastanza con effetti a lungo termine sull’attaccamento emotivo-relazionale e sulla propria autostima;
- inoltre la ricompensa, esattamente come la punizione, non aiuta in nessun modo a facilitare una gestione emotiva funzionale da parte del bambino, mentre un bambino accompagnato dall’adulto a riconoscere le sue emozioni, può imparare a diventare responsabile e a comprendere le conseguenze pratiche ed emotive delle proprie azioni.
L’ascolto e l’accoglienza emotiva, se sinceri, abbassano la tensione, permettono la connessione genitori-figli e facilitano la ricerca di risposte efficaci e soddisfacenti per entrambe le parti. Certo, a volte, ascolto ed accoglienza emotiva necessitano più tempo rispetto ad alcune risposte immediate a cui siamo abituati a ricorrere, ma come con tutti i comportamenti nuovi, è questione di allenamento… Più ci alleniamo e più funziona: la danza messa in moto dai processi di osservazione-ascolto-dialogo potrebbe, addirittura, aiutarci diventare competenti, insieme ai nostri figli, nel capire le situazioni a rischio, i segnali di stanchezza, i limiti reciproci ed evitare, così, di trovarci in situazioni difficili da gestire.
Infine, cosa più importante, ascoltandoci reciprocamente possiamo porre le basi per una relazione genitori-figli basata sulla fiducia e l’amore, dove poter condividere senza timore sentimenti e bisogni, dove potersi permettere di raccontare e raccontarsi anche vissuti dolorosi o paurosi, con la certezza di essere accolti perché amati a prescindere, senza se e senza ma…
Bibliografia – sitografia – consigli di lettura e d’approfondimento
- Le parole sono finestre (oppure muri) . Introduzione alla comunicazione non violenta – Marshall B. Rosenberg – Esserci edizioni
- Preferisci avere ragione o essere felice? – Gabriele Seils – Marshall B. Rosenberg – Esserci Edizioni
- La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione – Stephen W. Porges – Giovanni Fioriti Editore
- Ti voglio bene anche se … – Debi Gliori – Mondadori
- https://percorsiformativi06.it/ con particolare riferimento al webinair “I capricci non esistono” disponibile al link https://www.youtube.com/watch?v=tL1Oi6oQNC