Mamma tienimi in braccio! Vizio o bisogno?
Mamma, ma è proprio vero che se prendi in braccio il tuo bimbo di pochi mesi che piange, lo vizi?
Sarà vero che poi se ne approfitta?
Sei proprio sicura che lasciandolo solo nel suo lettino a piangere fai bene ai suoi polmoni?
No, sono credenze non vere e ora provo a spiegarti perché.
IL VIZIO RICHIEDE UN PENSIERO EVOLUTO
Un neonato non ha una capacità di pensiero così sviluppata da arrivare a strutturare uno specifico comportamento con lo scopo di trarne un vantaggio personale.
Lo sviluppo cognitivo del bambino giunge a termine in circa 10-11 anni(!) e per i primi 18 mesi di vita, il neonato utilizza la c.d. «intelligenza sensomotoria», cioè agisce sulla realtà con azioni fisiche: all’inizio si tratta semplicemente di riflessi innati (pianto, suzione, vocalizzo, ecc.) che si organizzano in abitudini (es.: dopo i primi giorni di vita, il bimbo trova il capezzolo più velocemente); poi compaiono le prime coordinazioni visuo-motorie, ma ancora non è in grado di distinguere sé dal mondo esterno.
L’intenzionalità nella comunicazione con gli adulti compare tra l’ottavo e il dodicesimo mese di età, ma soltanto con la comparsa della «funzione simbolica» dai 18 mesi in poi sarà in grado di immaginare gli effetti delle azioni che sta per compiere.
Possiamo comprendere, allora, che un bimbo di pochi giorno o settimane non è ancora in grado di capire che gli conviene «fare il furbo» e piangere per essere tenuto in braccio.
PIANTO: UNA LINGUA SCONOSCIUTA
E allora perché i neonati piangono?
Perché il pianto è un riflesso innato, l’unico strumento che il bimbo ha per comunicare i suoi bisogni, il suo stato d’animo e ciò che prova nel corpo. Il bebè piange per chiedere che i suoi bisogni vengano soddisfatti, dato che dipende totalmente dai genitori e non può occuparsene da solo.
Quando un bimbo viene lasciato piangere, il suo corpo produce ormoni dello stress che, a lungo andare, possono persino danneggiare il sistema nervoso centrale, con ricadute negative sulla crescita e sulle capacità di apprendimento.
Uno studio dell’Università di Monaco ha evidenziato che quando il pianto resta inascoltato, il neonato attiva nel cervello una sorta di ‘piano di emergenza’ simile al riflesso di tanatosi che possiamo osservare negli animali in pericolo di vita, quando si fingono morti per salvarsi dai predatori. Lasciar piangere un bambino può generare in lui problemi affettivi (gli viene insegnato che, per quanto possa disperarsi, nessuno gli risponderà), problemi di insonnia, disturbi di ansia, dipendenze e sintomatologie depressive.
IL NEONATO HA BISOGNO DI CONTATTO
Il calore del contatto fisico permette al bimbo di soddisfare i bisogni psicologici e fisiologici di base, di far diminuire lo stress e di costruire un legame sicuro con i genitori, basato sulla presenza fisica ed emotiva.
Il momento del parto e del distacco dalla madre è traumatico per il neonato, che di colpo si trova sbalzato da un ambiente ovattato, caldo e protetto, in cui il contatto con mamma è totale, ad un ambiente freddo, minaccioso e ostile, senza più traccia di mamma e, magari, con altri piccolini urlanti e spaventati.
Se consideriamo che in natura un cucciolo che viene separato dalla mamma ha pochissime possibilità di sopravvivenza, possiamo intuire quello che prova un neonato: angoscia di morte.
Ecco spiegato perché è tanto importante garantire al bimbo la possibilità di riprendere pieno contatto con la mamma, soprattutto nel primo anno di vita: è un modo di rassicurarlo e di rispondere ad un un bisogno fisiologico fondamentale, pari al bisogno di nutrimento.