Crescere un bambino sicuro: l’attaccamento
Per crescere un bambino sicuro è necessario che si sviluppi quello che viene definito “legame attaccamento” nei confronti delle figure di riferimento. Persino i primi sorrisi e i pugnetti del neonato stretti intorno al dito dell’adulto hanno la funzione di creare un legame sicuro. Anche le reazioni dell’adulto ai bisogni del bambino contribuiscono a creare questo legame.
Immaginate un prato di montagna, di quelli immensi, verdi…immaginate ci sia un bambino di poco più di un anno con la mamma.
Questo bambino ad un certo punto si mette a camminare in modo un po’ goffo fino a che, simulando una corsa, si allontana.
La mamma, allarmata, lo rincorre e appena raggiunto lo prende in braccio con veemenza e lo rimprovera.
“Non si fa, sei brutto!”.
Il bambino, che prima allontanandosi guardava di tanto in tanto la mamma sorridendo, inizia a piangere.
Cosa è successo?
Esistono diversi tipi di attaccamento, ma solo un attaccamento di tipo sicuro permette al bambino di crescere con una buona idea di sè.
Solo essere saldamente attaccato, gli permette di staccarsi ed esplorare il mondo (dai primi passi dei piccoli, al pomeriggio al parco con gli amici da più grandi), sapendo che comunque ci sarà sempre un porto sicuro a ri-accoglierlo: i genitori, o meglio, le figure di attaccamento.
Un esempio pratico
Nicola, 4 mesi, piange. La mamma – ma potrebbe essere qualunque altra figura di attaccamento -, si avvicina, lo prende in braccio e gli dice. “Piccolino, sei pulito e hai riposato…hai forse fame?” Nicola succhia avidamente il latte che la mamma gli offre.
In questo caso la mamma ha accolto il bisogno del bambino, ha provato ad interpretarlo e ha fornito una risposta, inviando al bambino il messaggio che va bene esprimere i propri bisogni perchè ci sarà chi ti ascolta e ti aiuta. E’ come se avesse detto al bambino che lui e le sue emozioni/bisogni/desideri sono meritevoli di attenzione.
Ovviamente non è un solo episodio a determinare la qualità del legame di attaccamento e, altrettanto ovviamente, il genitore perfetto non esiste. Ci accontentiamo di una buona maggioranza di volte in cui va come vorremmo.
Pensate, però, se Nicola, negli anni, farà numerose esperienze di questo tipo questo avrà un impatto positivo su di lui, sulla sua autostima, sull’idea di sè e sul rapporto con gli altri.
La sfida dei genitori
La sfida, quindi, è esserci; accogliere le emozioni, legittimarle e dare loro un senso fino a restituirle al bambino pensabili. E’ ricordarci che i nostri figli vedono il mondo attraverso i nostri occhi e ci credono ciecamente.
Pensate a quando, all’improvviso, sentite un forte rumore: i vostri bimbi vi guardano e, in base alla vostra reazione, modulano la loro.
Se il livello di allarme e preoccupazione del genitore è alto anche in situazioni di sicurezza, anche il bambino inizierà a farsi un’idea del mondo come pericoloso e di sè come poco corazzato ad affrontarlo. Vi vengono in mente, per esempio, i bambini che fanno fatica ad andare a scuola, a passare un pomeriggio a casa dell’amichetto… insomma, a staccarsi dalla mamma?
E allora, immaginate un’ultima volta…
Un prato di montagna, di quelli immensi, verdi… c’è un bambino di poco più di un anno con la mamma.
Questo bambino ad un certo punto inizia a camminare in modo un po’ goffo fino a che, simulando una corsa, si allontana.
La mamma, verificato che non ci siano pericoli oggettivi, lo osserva da lontano, gli sorride e appena lui torna lei lo prende in braccio e gli dice:
“Che bel giretto ti sei fatto! Cominci ad essere proprio bravo a camminare”.
Ah, perchè i bambini diventano anche le parole con cui li descriviamo
Erika Panchieri – Psicologa e Psicoterapeuta